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Diario


4 dicembre 2007

Rammarico per l’esclusione dell’On. Sandro Principe dalla Giunta Regionale Calabrese

L’associazione Polis/Rende Giovane – ciò è quanto affermano i suoi coordinatori Luca Lombardo e Alessandro Vena - non può che esprimere rammarico per la mancata conferma di Sandro Principe a capo dell’assessorato cultura, istruzione, università, ricerca scientifica e tecnologica dela Regione Calabria.

Negli ultimi anni, infatti, il mondo della cultura e della ricerca calabrese aveva notevolmente rialzato la cresta: il festival Magna Graecia teatro, i master e i tirocini di ricerca, le celebrazioni ai tanti uomini della cultura calabrese, e tante altre iniziative, avevano ridato fulgore al sapere di Calabria.

Il ritorno in auge di una Calabria di sapere, filosofia, arte, pittura, ricerca aveva visto in Sandro Principe il suo programmatore, uomo del fare che ha la stima da parte di tutte le personalità della cultura e della ricerca della nostra regione, e non solo di questa. Ma forse non tutti sono consapevoli dell’opportunità che la cultura può dare alla nostra terra.

Con l’esclusione dell’On. Principe dalla giunta Regionale si è data l’idea - per l’ennesima volta - di una Calabria che bada più agli interessi di potere ed alle beghe di bottega piuttosto che alla meritocrazia ed al suo futuro.


23 settembre 2007

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permalink | inviato da lucalombardo il 23/9/2007 alle 1:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


22 settembre 2007

Futuro democratico

Premessa

Immaginiamo due bambini che per la prima volta leggendo un testo vedono le parole «politica» e «politico». Non ne capiscono il significato per cui aprono il dizionario per leggerne la definizione.

Immaginiamo che questi due bambini vivano in due anni diversi: il primo nel 1961, il secondo nel 2007. Il bambino del 1961 aprirebbe il dizionario della lingua italiana ed alla parola «politica» leggerebbe: «arte di bene amministrare la città, lo Stato; scienza di saper ben governare» ; alla parola «politico» leggerebbe «chi possiede la scienza e l'arte di governo, che si occupa di politica ed ha ambizioni di governo».Il bambino del 2007 aprirebbe il dizionario della lingua italiana De Voto-Oli ed alla parola «politica» oggi leggerebbe tra le diverse definizioni: «comportamento accorto e astuto messo in atto per raggiungere i propri fini» ed alla parola «politico» leggerebbe: «chi è molto abile a trattare con gli altri in vista esclusivamente del proprio vantaggio». Ognuno può - aprendo un vocabolario - constatare come ciò sia vero. Qualcuno risponderà: «ma è una definizione data da uno studioso della lingua. Probabilmente basata su una interpretazione corrente, sbagliata, del concetto».

Il problema – enorme - è che il cittadino avverte ciò non solo aprendo un dizionario ma recandosi nella maggior parte delle pubbliche amministrazioni del nostro paese. E’ la realtà che sta davanti gli occhi dei più.

Ciò ci deve far porre delle domande:«Perché la politica è diventata, o viene avvertita, così? Perché i meritevoli vengono colpiti? Perché sono rari se non unici i cittadini che vogliono interessarsi alla cosa pubblica per realizzare un fine comune?» Ma soprattutto bisogna domandarsi: «Come fare a invertire la tendenza?».

La rivoluzione mancata

Quasi un ventennio fa crollava il muro di Berlino, simbolo della c.d. guerra fredda. Era anche il simbolo della divisione netta tra le forti ideologie, nette, del secolo scorso. Il crollo di quel «mondo» ebbe notevoli conseguenze sul nostro sistema politico bloccato e strutturato sulla c.d. conventio ad excludendum.

Il vecchio PCI cambiò il suo nome in PDS ed entrò nell’Internazionale Socialista; il PSI, a sua volta, spinse per accogliere gli ex comunisti nell’Internazione Socialista ed a sua volta mutò il suo nome in Unità Socialista per spingere gli ex comunisti ad una fusione, una alleanza, simile a quella condotta in Francia tra massimalisti e riformisti da Mitterrand al congresso socialista di Epinay del 1971; la DC iniziò a rendersi conto che svanita la paura dal socialismo reale cadeva anche la convenzione costituzionale che voleva gli eredi di Gramsci e Berlinguer fuori da Palazzo Chigi.

Ma le novità non si fermarono qui. Successe che il fuoco che covava sotto la cenere prese il sopravvento: i cittadini si stufarono di quella partitocrazia creatrice di un sottobosco politico fatto di un forte clientelismo. Sotto la spinta della crisi economica e di Tangentopoli crollò tutto il sistema che aveva retto la Repubblica sin dalla sua fondazione, che seppur aveva contribuito, e non poco, ad uscire fuori dal guado del secondo dopoguerra era vista come la panacea di tutti i mali italiani. La disaffezione alla, e dalla, politica cominciò la sua parabola ascendente ed iniziò la c.d. seconda Repubblica.

Doveva essere una fase di transizione, la seconda repubblica, ma è una transizione che sta durando da 15 anni. Nata sull’arrogante certezza di seppellire il passato, oggi sentiamo deliranti commenti politici da parte di qualcuno che sul sogno di un grande centro approda alla speranza di riesumarlo. In quel biennio 1992/94 eppure in pochi mesi sembrava che l’Italia si conquistasse la più rapida ed indolore rivoluzione istituzionale che una democrazia potesse vantare. La realizzazione di un sistema di elezione diretta per sindaci e presidenti delle province, la schiacciante vittoria del maggioritario, faceva si che il miraggio sembrasse realtà, e quel miraggio, nobile e antico, consisteva nel superamento della storica anomalia italiana. Si sperava che anche l’Italia potesse avere un sistema politico che consentisse agli elettori di scegliere al momento del voto il governo dei successivi cinque anni, che consentisse ai cittadini di dare la responsabilità certe dell’amministrare pubblico ai partiti, ai leader, in quella legislatura al potere. Si sperava che venissero ad esistenza due partiti, uno riformista e l’altro conservatore, che in leale e moderata contrapposizione si sarebbero disputati la guida della Repubblica.

Sappiamo tutti che non è andata così. C’è stata una moltiplicazione, e frammentazione dei partiti politici, ciò ha comportato una forte rivalità tra gli stessi partiti di una medesima coalizione. Senza un vero e proprio partito a vocazione maggioritaria ciò ha bloccato ancora di più il Paese.

Vogliamo il Partito Democratico per far rivivere quel sogno e farlo diventare realtà.

Italia: un paese bloccato

L’Italia è un paese bloccato, innanzitutto nella sua classe dirigente. Non ci si deve allora impressionare se di tanto in tanto ci troviamo di fronte ad eventi clamorosi come la P2, Tangentopoli, Calciopoli, casi Parmalat e Cirio, i connubi politico-finanziari. Non dobbiamo allora sorprenderci leggendo che l’Italia è, tra i paesi sviluppati, quello a più alta sfiducia verso le proprie istituzioni. Secondo l’Istituto Cattaneo di Bologna, nel 2005, solo un italiano su dieci aveva fiducia nel governo e solo uno su trenta nella pubblica amministrazione, mentre negli spesso criticati Stati Uniti questi livelli di fiducia sono superiori di quasi quattro volte. E nulla ci fa credere che negli ultimi anni sia cambiato qualcosa.

Anche l’Italia ha i suoi punti di eccellenza ma la nostra classe dirigente, nella sua interezza, appare mediocre e, nel complesso, inadeguata a gestire le sfide del mercato e della democrazia che ci stanno di fronte.

Non per niente i cittadini pensano che per essere cooptati in qualsiasi ambito dirigenziale servano, oggi, ingenti proprietà e ricchezze ed una robusta rete di relazioni che contano: di raccomandazioni che offuscano il merito. A governare il paese, dunque, secondo i cittadini, non sarebbero i «migliori» ma «i ricchi e i raccomandati».

Vogliamo allora un partito che sappia ridare mobilità sociale verso l’alto alla nostra Italia. Che sappia intendere che un paese a comparti stagni, dove il figlio del professionista ha più possibilità del figlio dell’operaio di giungere ai più alti gradi dell’istruzione e dell’eccellenza solo perché partito da un livello diverso, non può decollare. I figli del professionista e dell’operaio sono, e devono avvertirlo, cittadini dello stesso paese, che con il suo Stato deve assistere entrambi assicurando loro: a) una istruzione dell’eccellenza; b) la sicurezza di lavorare e di fare impresa in un ambiente sano, verde, sicuro ed infrastrutturato; c) infine un adeguato sistema di welfare state.

I contenuti minimi che vogliamo

Il Paese deve investire nella conoscenza, nella ricerca, nella innovazione. Il nostro paese investe sempre meno nelle tecnologie e nelle innovazioni. Ancora meno nelle scuole e nelle università. Gli sforzi compiuti non bastano. La percentuale di P.I.L. destinata a questi ambiti deve crescere. L’eccessiva spesa per le pensioni non lascia spazio a spese in questi campi. Un paese che non investe nell’istruzione e nella cultura non investe nel futuro.

Le università sono troppo spesso lasciate a se stesse, paghe della loro autonomia. Eppure le Università sono sempre più poste in cima alle graduatorie dei soggetti che possono maggiormente incidere sullo sviluppo delle città. Ma diventano, salvo rari poli di eccellenza, dei meri «laureifici» che non danno agli studenti le conoscenze teoriche e pratiche per accedere a pieno titolo nel mondo del lavoro. Un ragazzo, probabilmente con un alto merito, è lasciato a sé stesso nel periodo post-laurea.

Bisogna incentivare le risorse destinate ai master di ricerca e di formazione ed ai tirocini di ricerca; bisogna introdurre in tutte le università placement office, ossia uffici che mettano in collegamento il laureato, o laureando, con il mondo del lavoro, offrendo al mondo delle imprese informazioni sulle competenze presenti all’interno dell’ateneo, presentando richieste di consulenza e facendo proposte di progetti comuni.

L’idea di placement office universitari nasce dall’idea della propedeuticità dell’università al mondo del lavoro e della conoscenza. Il lavoro può essere incentivato solo mettendo da parte la contrapposizione impresa-lavoratori figlia di una lotta di classe che oggi è difficile comprendere.

In questo periodo storico la politica giunge sempre in ritardo. Oggi la politica deve fare i conti con la velocità dei tempi. Il mondo ormai viaggia in kilobyte al secondo, è la società del tempo reale. La politica deve trovare soluzioni rapide e giuste ai problemi del futuro. Le risposte della politica in tema di lavoro negli ultimi anni sono state erronee perché incompiute. Il sistema di diritto lavoro creato con la Legge Biagi non va completamente cancellato, deve essere affiancato da un forte sistema di «welfare attivo».

Un nuovo stato sociale deve essere costruito sulla crescita e sulla costruzione di lavoro. Il lavoro è il primo strumento innanzitutto per la rimozione di quegli «ostacoli di ordine e economico e sociale, che – ci dice la Costituzione - limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

La lotta alle disoccupazioni deve essere posta al primo punto del programma del nuovo partito. Più alta è la percentuale di persone occupate, più denaro è disponibile per investimenti e protezione sociale. Avere un lavoro è la strada di gran lunga migliore per uscire dalla povertà. Raggiungere l’obiettivo di Lisbona del 70% di forza lavoro nell’impiego e successivamente la piena occupazione è alla nostra portata. Sarà possibile attraverso politiche di formazione per i lavoratori inoccupati, disoccupati o minacciati dalla disoccupazione, e che tentano attivamente di far incontrare l’offerta di lavoro con la domanda. Ciò non deve coincidere con la precarietà del lavoro. Un sistema di ammortizzatori sociali devono assicurare quella che nei paesi del nord Europa è detta «flexsecurity».

Uno Stato che non offre la sicurezza del posto di lavoro dà ampio spazio alle criminalità organizzate di prendere il suo posto. Non è un caso che la criminalità organizzata sia ancorata nelle regioni del paese dove il tasso di disoccupazione è uno dei più alti addirittura dell’Europa a 25. Riuscire a combattere la c.d. questione meridionale sarà un duro colpo per le organizzazioni criminali che nella sfiducia nei confronti delle istituzioni pubbliche trovano terreno fertile per la coltura di nuova manovalanza criminale.

Anni e anni di studi e programmi sulla questione meridionale non hanno portato alla risoluzione del problema. Gli interventi straordinari nel mezzogiorno hanno portato solo qualche cattedrale nel deserto, non hanno portato alcun effettivo miglioramento nel mezzogiorno.

Sono necessarie politiche per il meridione differenziate regione per regione. Ciò non solo per le diversità di problemi delle 5 regioni (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia), ma anche per la responsabilizzazione delle classi dirigenti regionali. Non è infatti possibile credere che la regione Campania abbia lo stesso problema infrastrutturale calabrese, sia in termini di infrastrutture viarie, ferroviarie e portuali che in termini di reti informatiche. In Calabria, ad esempio, soprattutto per il suo territorio per lo più montuoso e collinare la presenza nelle case di linea ADSL per la grossa parte della popolazione è come un miraggio. Lasciare cittadini nell’analfabetizzazione del XXI secolo vuol dire lasciare fuori questi cittadini dallo sviluppo attuale, e lasciarli sempre più indietro. L’utilizzazione del protocollo Wi-Max in Calabria, per esempio, deve essere posto all’ordine del giorno dell’agenda politica nazione e regionale. E lo stesso si deve dire a contrario: non è possibile affrontare il problema rifiuti allo stesso modo, in Campania come in Calabria.

E’ necessario anche un sano federalismo fiscale che comporta non solo un maggior trasferimento di poteri, ma anche di responsabilità. In questo modo i cittadini riuscirebbero a selezionare i veri responsabili di gestioni sbagliate delle risorse pubbliche. Quante risorse sono state trasferite alle regioni meridionali? Quanti effettivi benefici hanno ottenuto i cittadini? Chi ne sono stati i responsabili? E’ necessario avere delle risposte.

Unire il paese

Come si può fare tutto questo in un paese come il nostro che sembra aver smarrito la sua forza di innovazione e rivoluzione? Come si può fare per unire gli italiani verso un progetto comune?

Purtroppo l‘Italia oltre ad essere un paese bloccato è un paese sempre più diviso. Gli italiani sono divisi su tutti i temi: sulla procreazione assistita e sul sistema elettorale, sui DI.CO. e sul federalismo, sull’Iraq e sulle tasse, sulle politiche del lavoro e sul deficit pubblico, sulla scuola e sulle politiche della sanità, sulla pubblica amministrazione e sulla questione meridionale. Ma non solo discordano: lottano violentemente.

I toni della discussione politica sono sempre più aspri e duri. Difficilmente si combatte «per» qualcosa, si combatte sempre «contro» qualcuno.

La battaglia politica deve essere fatta di dialogo e di sintesi. I dibattiti possono e devono essere forti e serrati ma sempre nel rispetto dell’avversario politico.

La ‘ndrangheta, la criminalità organizzata, i terrorismi, l’impossibilità della conoscenza, l’ignoranza, l’assenteismo, il malaffare, le inefficienze amministrative, il baronismo universitario: sono questi i veri i nemici da affrontare e vincere e debellare.

Solo attraverso l’unione tra le donne e gli uomini che vogliono questo sarà possibile fare ciò e fare del nostro paese l’Italia che vogliamo.

Ecco allora il Partito Democratico.

Il Partito Democratico dovrà essere il partito che unisce anziché dividere. Dovrà essere un partito nuovo che dovrà parlare e dare fiducia alle nuove generazioni. Che dovrà parlare ai tanti giovani idealisti di questo paese che credono nella solidarietà tra le persone al posto dell’individualismo e dell’egoismo dei nostri tempi; che credono in una società che sappia dare il giusto riconoscimento a chi ha del merito, ed aiutare chi ha bisogno; che credono nel valore primario del lavoro e nella necessità che esista la sicurezza del posto di lavoro, ma anche la sicurezza sul posto di lavoro; che credono che sia necessario un governo democratico del mondo capace di rispondere in modo equo e solidale ai problemi ambientali, sanitari e di dignità della persona umana; che credono che non si debba considerare un’utopia combattere la criminalità e sconfiggerla.

Dovrà essere un partito nuovo che cambierà anche il nucleo della rappresentanza di sinistra. Un nucleo che dovrà essere formato da persone poste in condizioni di bisogno e di tutti coloro possessori di un merito. Un partito di donne e di uomini di talento e di capacità che per il loro talento e per le loro capacità sono utili a sé, ma anche agli altri. Coloro che qualsiasi sia il loro piano di partenza cercano di progredire, e cercando ciò fanno progredire la società con il loro lavoro, con la loro immaginazione, con la loro creatività. Un partito nuovo che vuole che tutti possano esser utili. Ed ecco le persone del bisogno: gli emarginati, o dal lavoro o dalla conoscenza o dagli affetti o dalla salute. Se il nuovo partito non saprà parlare a queste categorie, insieme, allora diventerà o un partito conservatore e tecnocrate o un partito assistenziale che rischia di cadere o nell’opportunismo clientelare o nel classico massimalismo.

Conclusioni

Nel 1858, all’Old State Capitol di Springfield, in Illinois Abramo Lincoln pronunciò seguente frase «Una casa divisa non può stare in piedi»: un paese diviso non può stare in piedi.

Queste divisioni hanno allontanato gli italiani dalla politica. Ciò non è un problema per la destra: un elettorato diviso – o uno che respinge facilmente entrambi gli schieramenti per il tono sgradevole e disonesto del dibattito – fa un lavoro perfetto per chi cerca di mandare in frantumi l’idea stessa di governo per sostituirlo con un concetto di leaderismo assolutistico come la destra ha fatto negli ultimi anni e sta continuando a fare.

Ma per quelli come noi che credono che il governo possa giocare un ruolo essenziale per promuovere le opportunità e la prosperità di tutti gli italiani, un elettorato diviso non è possibile. Tenere in piedi una risicata maggioranza di centrosinistra non basta. Quello di cui c’è bisogno è un’ampia maggioranza di italiani che siano convinti nel progetto di rinnovamento nazionale e locale e che vedano i loro interessi personali indissolubilmente legati agli interessi degli altri.

Non ci illudiamo che ciò sarà facile.

Dobbiamo rischiare e metterci in gioco. Dobbiamo crederci.

Il Partito Democratico potrà e dovrà essere uno dei mezzi da utilizzare per rendere la nostra società più giusta, più equa e più libera. Rendere l’Italia un Paese che possa guardare al futuro con la speranza di giorni migliori.

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